La Freccia di Cupido

mercoledì, 04 novembre 2009

Come una canna di bamboo: omaggio a Alda Merini di Peter Manero


Alda_Merini

Come una canna di bamboo: omaggio ad Alda Merini

 

Anni fa mi ritrovai a leggere la poesia di Dino Campana, “Un viaggio chiamato amore” che poi è diventato un film: ho letto la sua biografia che m’ha impressionato per le proporzioni che ha assunto successivamente nella vita dell’artista.

Quasi simultaneamente mi ritrovai a leggere quella di Alda Merini, altra visionaria della poesia.

Entrambi avevano vissuto il dramma dell’internamento.

Ma la cosa stupefacente, era la lucidità espressiva delle liriche, una lucidità che sfiorava la perfezione stilistica, una maturità poetica che ha fatto di loro una nuova generazione artistica del passato secolo, e anche del nuovo. Una lucidità che contrastava con l’obnubilamento della loro malattia, quasi un’alba improvvisa e lucore spostava l’offuscamento per dar sfogo alla folgore della loro luce.

Luce come lucidità.

Luce come speranza per l’alba.

Luce come speranza per un giorno nuovo.

Dino s’è spento a 47 anni.

Alda ha atteso il secondo millennio come proscenio per il suo ultimo canto del cigno.

Ha vissuto tanto.

Ha amato tanto.

Ha sofferto tanto

Ma alla fine ha stupendamente scritto tanto.

E tutto.

Perfino del profondo misticismo, quel Dio che, per certuni, si sia dimenticato della sua esistenza, e che forse, per Alda, è sempre stato un punto di forza nella suo voler essere “fuori e dentro”.

Un'artista che nella sua sfortuna, ha saputo sviluppare una intellettualità lirica che l'ha elevata all'empireo dell'arte internazionale. E' venuta fuori dal suo grande incubo, più matura e più umana di quanto non lo già fosse prima. Un'anima candida che non s'è consunta, non s’è arresa neanche alla sua dichiarata indigenza, quando nel 2004, fu nuovamente ricoverata.

Ma ancora una volta, come una canna di bamboo rotta dalla tramontana, s’è alzata forte e dignitosa, con lo sguardo rivolto ad affrontare i tentacoli di una malattia che non l’ha mai vinta, pronta a dipingerci la sua tela dell’infinito attraverso l’intramontabile poesia.
Alla fine ha vinto lei! 
E  la vittoria più grande è stata quella di aver dato la sua vita alla poesia.

Se volessimo identificarla, non credo, e probabilmente sto parlando per me, ne troveremmo parole utili. Forse perché non ce ne sono, o forse perché c’era lei a inventarle. Ed è stata proprio lei a inventarsi, descrivendosi così:

 

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

 

Adesso per noi poeti, non rimane altro che immortalarla fra le schiere di quanti come lei hanno dato un volto importante all’arte.

Per i profani, coloro che ne commemorano i fasti solo a morte avvenuta, si cala il sipario.

E il silenzio pure.

scoccato da PeterManero
alle 12:14

commenti (61) | dedicato a, per non dimenticare

giovedì, 29 ottobre 2009

Il tuo "No"



exapedo_blog

testo ripreso dal blog di NewLook
 

Vi lancio una sfida! Nel mondo dei blog siamo numerosi, però, possiamo riuscirci a far girare un messaggio a tutti ed è  per una causa buonissima ANTIPEDOFILIA! Perché episodi su tanti bambini siano solo un brutto ricordo per tutti. Daremo un segnale... CREDIAMOCI INSIEME!! Ricopiate sul vostro blog questo stralcio e vediamo quanti di noi riescono realmente a dar vita a questa campagna e,dopo averlo copiato aggiungete la vostra firma...

come dire IO CI STO!!

Combattiamo insieme

Anche io ci sto:

Peter Manero

venerdì, 11 settembre 2009

La tela nell'infinito di Peter Manero


                                                         scorcio del lago

                                                                     

La bellezza è una forma di genio, anzi, è la più alta del genio perchè non richiede spiegazioni.      Oscar Wilde 

                                                                 La tela nell'infinito

                   

Come potrebbe definirsi l’inevitabile incontro fra due anime perse? O identificarne la risultante? Non ho problemi a chiamarlo con un unico e stesso nome: fato.

Nel momento in cui queste due anime si fondono in un’unica essenza, ogni tassello prende il suo posto, in un momento di estrema e perduta illuminazione il fato ha un ruolo determinante.

E chi più di me potrebbe raccontare ogni istante, ogni parola pronunciata, ogni immagine ritratta su quella meravigliosa tela ch’è l’universo e la natura tutta.

Era un mattino solare come tanti estivi che si succedevano lì, sul Gargano, dove monti e mari sono la perfetta congiunzione degli spiriti colti, come scriveva Gautièr.

Era particolarmente bella Saba, la mia migliore amica sin dai tempi del liceo, quel giorno quando ci ritrovammo sulla piazzetta, alle nostre spalle il borgo antico e davanti il mare azzurro, baciate dalla brezza fresca dell’alba che man mano andava stemperandosi. La sua chioma mora sembrava fosse tutt’uno con le spire e il suo viso era abbronzato da quel sole che tanto arride a questa terra così generosa quanto incompresa. La sua bocca regolare e lucida coronava con la sua dentatura bianca, un sorriso argentino e volitivo.

<Un buon giorno che non ispira nulla di buono!> esordì Saba nel vedermi giungere.

Alzai le spalle.

<Una serata mediocre terminata con un bisticcio. Come tante nostre serate. Che accadrà dopo il nostro sì? Non oso pensarci.>

<I bisticci portano maturità, alle volte. Bisogna sempre catturare, però, la bellezza di ogni segmento della nostra vita.>

Io m’avvinghiai a lei come un cucciolo voglioso di fusa.

<Lo riesci a fare solo te, cara. Solo i tuoi occhi riescono a dipingere una natura rigogliosa. Sono parole tue, no?>

Lei mi accarezzò la chioma avanzando verso la ringhiera. Un flash di una macchina fotografica attirò la nostra attenzione.

<Non volevamo... non ci siamo accorti...> balbettai verso un uomo alle nostre spalle.>

<Non è questo mare l’unica bellezza da immortalare.> disse questi con un accento straniero marcato.

Ci sentimmo lusingati, ma la sua voce suonava con delicatezza e rispetto da non suscitare alcuna nota di blandizia.

<I miei occhi s’appagano facilmente, perché attraverso la natura si compie il diletto degli dèi.>

Saba mise la mano sulla fronte a mò di visiera, per fissarlo intensamente.

<Per diletto degli dèi che cosa intendi?> domandò Saba.

<Il prodigio che noi compiamo quando l’arte sfavilla attraverso l’anima dell’artista e la natura ne disegna lo scenario.>

Saba gli si avvicinò continuandolo a fissare intensamente. Aggiunse:

<... e ne vien fuori la bellezza in tutta la sua perfezione.>

Il giovane chinò il capo intimidito, eludendo lo sguardo intenso di Saba.

<Che cosa credi di trovare in me, miss? Sono semplicemente questo.>

A Saba gli si illuminarono gli occhi.

<E ti pare poco? Sei americano?>

<Assolutamente sì! Junah Lee Prewitt. > e le tese la mano.

<Saba.> rispose la mia amica ricambiando la stretta. <Con che cosa crei l’artefizio? Sei un pittore, scultore, poeta...>

<L’occhio nell’eternità.> rispose facendo sventolare la sua macchina. Saba continuava a fissarlo con fervore, come se qualcosa a lei celato si stava svelando.

<Uno scatto... e l’immagine fissa nell’eternità: ciò ch’è bello, rimane bello ora e sempre.> Saba aveva parlato con il cuore: adesso era Junah che aveva svelato l’arcano!

<Esattamente.> e presa la sua macchina fotografica la sollevò davanti allo scenario che s’affacciava da quella ringhiera.

<L’obiettivo è lo specchio recettivo della tua anima...>

Saba soggiunse:

<Il prodigio dell’arte sta proprio in questo...>

Ancora Junah:

<... del creare l’equilibrio perfetto con la natura.>

Si fissarono intensamente, mentre Junah si scosse come se si fosse destato da un lungo sonno.

<S’è fatto tardi, scusatemi. Ma questa è l’ora di una telefonata importante. Mi piacerebbe rivederti: il tramonto è un tentativo propizio per adempiere al prodigio degli dèi.>

<All’ora del te, Junah.> rispose accomiatandosi, Saba. Un velo di tristezza si dipinse sul suo volto: quella telefonata importante ci dava di fidanzata ricchissima e gelosissima. Ma quel pomeriggio, Saba ci andò da sola trovandolo di spalle, appoggiato alla ringhiera mentre osservava il faraglione che giganteggiava a pochi metri dalla riva. I loro occhi si fissarono salutandosi con un sorriso. Lui le porse la macchina fotografica sussurrandole in un orecchio:

<L’artefizio di Saba, adesso, in questa suggestiva cittadina.>

Saba prese la macchina ma trovò la mano di Junah che impediva.

<Prima devi spiegare  la tela nell’infinito, catturare i colori, le sfumature e luci intorno attraverso gli occhi spirituali e immortalarli nell’eternità, in quella bellezza perfetta, esasperata, cordiale, delicata e che non invecchierà mai.

Gli scatti si susseguirono a raffica fino al tramonto, quando il disco rosso del dì si stava inabissandosi nei recessi delle acque.

<Sono un fotografo, lavoro per il mio giornale, il New York Morning Post.

<Devi essere bravo.>

<Assolutamente no. Sono l’ultimo arrivato, quello che non conta e che guadagna quanto basta per pagarmi l’affitto. Alle 11 di ogni mattino, contatto la redazione e credimi! Non c’è quasi mai nulla per me.>

Saba fece un sospiro di sollievo, la cui luminosità fu notata da Junah. Lei scosse le spalle, si fissarono intensamente, perché anche senza parole, gli occhi parlavano per loro. Lui le sfiorò la bella chioma al vento, mentre ella chiuse gli occhi e respirò profondamente Zephiro così soavemente, impregnato com’era del profumo di mare: s’avvicinarono alla ringhiera, mano nella mano, e Junah alle sue spalle, annusò i capelli, le mani le sfiorarono i fianchi fino ai seni. Percepì il respiro di lei accelerato, inebriando come un ubriaco, le sfiorò la bocca con la sua.

Giunsi appena in tempo per defilarmi, anche se avrei voluto essere uno spirito per rimanere vicina a loro.

Quando la incontrai in piazza, l’indomani, Saba era trasfigurata in viso, completamente irriconoscibile e coperta da un’aura di grazia e luce. Ogni parola, ogni riferimento  a fatti e cose, emettevano un calore coinvolgente che in lei non avevo visto mai. Junah apparve poco dopo, le prese la mano baciandola teneramente.

<Devo partire in Vietnam!> Saba sbiancò in viso.

<Ma c’è la guerra!>

<I successi dei vietcong possono allargare i confini comunisti in tutta l’Asia, e il mio governo deve impedire questo.>

Io intervenni:

<Anticomunista?>

<No, antiguerra. Perché è la metamorfosi dirompente della bellezza. Che ruolo ho io in tutto questo? Ma su questa tela dobbiamo immortalare la bellezza della decadenza. Perché questa è le guerra: la decadenza della bellezza.>

Aveva il viso rigato dalle lacrime, la mia amica. Trascorsero l’intera mattinata senza staccarsi un attimo, passeggiando sulla sabbia bagnata, riparandosi dal sole ardente sotto l’ombra lasciata dal faraglione.

Quel pomeriggio stesso, Junah partì per Roma per poi volare alla volta di New York.

L’estate si concluse. Si riaprirono le scuole con tutti i preparativi per l’assalto alle librerie con i buoni per il ritiro dei  testi scolastici. La mia amica viveva le giornate nell’attesa febbrile alla radio o del postino. Quando un giorno di ottobre, Saba fece ritorno dal lavoro, trovò due buste da lettera per lei. Febbrilmente aprì quella scritta a mano, decisamente più spessa e più rigida dell’altra. Vi erano delle foto, circa una ventina accompagnate da una  lettera che lesse a bassa voce:

 

22 settembre 1961.

Mio immenso amore, eccomi finalmente a scriverti. Sono riuscito a ritagliarmi uno spazio per noi, per poterti raccontare quanto il tuo profumo, il sapore della tua bocca li porto con me costantemente, fra le foreste dove è disseminata la morte. I miei occhi vedono solo l’imperio della natura, che ricerca l’adempimento degli déi nella bellezza dell’arte. Tu sei la  fonte suprema di tutto ciò, e poter fare di questa tela nell’infinito il poema più bello. Insieme a questa lettera, troverai la nostra prima opera d’arte, quella tela che c’ha uniti nel vincolo immortale del’amore. Ti amo da sempre e per sempre t’amerò.

Tuo in eterno   Junah.

 

Una luce le brillò negli occhi, io stessa non la contenevo più per la gioia. Avevo in mano l’altra lettera, che aprii stranamente e con un repentino quanto indicibile nervosismo. La voce mi morì in gola, e porsi il telegramma alla mia amica. Senza rendersene conto, lo lesse ad alta voce:

 

Con grande rammarico e dolore  STOP vi comunico STOP che il signor Junah Lee Prewitt STOP è caduto eroicamente STOP imboscata per mano vietcong STOP Il governo americano STOP piange un suo illustre figlio.

 

Saba s’inginocchiò, con occhi gonfi di lacrime levando verso l’alto il suo sguardo.

<Se per voi Junah Lee Prewitt era un illustre figlio, per me era la mia sola anima!>

 

Negli anni successivi, Saba sopravvisse al dolore con il ricordo di quell’estate, perché rimase nel suo cuore e nel mio come una gemma da custodire in un cofanetto.

Nessuno parlò mai di quel fotografo solitario che trascorreva ogni intero giorno a spiegare ed avvolgere quella tela, quasi non fosse mai apparso. Nè tantomeno lo facemmo noi. Non ne parlammo neanche ai nostri futuri mariti, Anselmo e Carlo.

Anche quando Saba chiamò il suo primogenito con il nome insolito di Junah, Anselmo non replicò mai!

scoccato da PeterManero
alle 12:01

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giovedì, 16 luglio 2009

La violinista di Pearl Harbor di Peter Manero


Ghost_Opera_by_alexzeev

Questo racconto segue uno mio studio approfondito sull’estetismo, del quale è appena iniziata una stesura embrionale di un mio saggio che prenderà il nome di “Io, esteta” che fonderà le opere di Soren A. Kierkegaard (Diario di un seduttore), Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray) e Gabriele D’Annunzio (Il piacere), ovvero la bellezza fisica nella sua più profonda spiritualità in funzione dell’arte.

 

La violinista di Pearl Harbor

 

“Una fanciulla quindi non dovrebbe essere interessante, giacché l'interessante presuppone una meditazione su se stessi allo stesso modo che nell'arte l'interessante da sempre risalto alla figura dell'artista.”

                                                           Soren A. Kiekegaard

 

 

Pearl Harbor, porto delle isole Hawaii, 7 dicembre 1941, base della Marina Militare degli Stati Uniti, sullOceano Pacifico.

7 e 40 del mattino. La città ancora dormiente si stava lentamente svegliando, dopo lagognato notturno che aveva consumato amori o deflagrato in altri, combattendo con il tempo affinché si fermasse a lungo come una diapositiva dimenticata. I cori lirici della notte si andavan spegnendo mentre il vento accarezzava le acque delloceano come volerle sospingerle verso la terra, il disco pallido che sorgeva dalle stesse sera ormai infiammato al centro delluniverso, bruciando, e le prime auto portavano i militari nelle loro postazioni, come ogni metodico giorno.

Davanti ad un abitazione posta nei pressi di unaltura che saffacciava sul mare, la coppia di amanti si salutava dopo lennesima notte damore, fra sorrisi e baci, sguardi languidi e delicatezze sulle guance, mani che simpregnavano del profumo dei capelli e abbracci stretti e convulsi. Dallinterno, sudiva la voce di Ella Fitgerald come sottofondo da un grammofono disposto nel salotto overa la porta dingresso.

La Buik Y Job del 38 color carbone era poco distante in fervida attesa, distanza che impiegò qualche secondo, per il sottufficiale che non riusciva a distaccarsi da quel bacio profano ma sensibile, passionale ma delicato, bevuto a piccoli sorsi ma incontenibile nellebbrezza.

Ore 7:46. La Buik partì a razzo per il comando mentre per i cieli sintravidero uno stormo di sei aerei.

<Sono già arrivati i nostri B-17.> disse colui che guidava.

Laltro, che stava ancora assaporando gli ultimi effetti dei baci, salzò di scatto fissando lorizzonte.

<Non sono B-17. E volano troppo basso.>

Riprese fiato ed urlò:

<Dio! Non è unesercitazione!>

Ore 7:48. Il numero dei bombardieri sinfittì, una cinquantina circa, a cui seguì una fioccata di bombe sulla base navale che eruppero in una colonna di fumo che saliva fino al cielo. Dalla retroguardia, sopraggiunsero i B5N armati di siluri, che a pelo dellacqua, sventrarono prima la corazzata Utah e dietro di essa la Raleigh barcollò.

Subito dopo fu colpita lArizona e la California con due siluri uno a prora e laltra a poppa. Questultima, in successione, fu colpita da altri due siluri e si reclinò da un lato facendo 98 vittime, seguita dalla prima che fu colpita da due bombe, prima, e da unaltra di 250 kg che cadde al centro perforando il ponte penetrando nellinterno fino a fermare la sua corsa nel deposito munizioni. La corazzata esplose completamente in aria facendo tremare lintera base.

In capo a quaranta minuti, sopraggiunsero i caccia che cominciarono a mitragliare a bassa quota laddove il personale di bordo delle corazzate cercavano, in gesti eroici, di rimettersi in carreggiata e controribattere gli attacchi.

<Dirigiamoci agli hangar!> urlò lufficiale della Biuk facendo retromarcia.

Laltro si volse laddove aveva lasciato il cuore:

<Non possiamo lasciarla li. Dobbiamo metterla in salvo.>

<Sei impazzito? Non cè tempo. E poi sarebbe dimpaccio. Dobbiamo uscire con i nostri caccia, altrimenti è finita.>

Linferno era solo agli inizi: un secondo attacco sopraggiunse con altri 173 aerei, e dopo 96 minuti, sudì dalla radio un urlo in giapponese:

<Tora! Tora! Tora!>

 

La stanza era immersa nel buio, dalla finestra entrava un fascio di luce che disegnava un rettangolo che svaniva insieme al movimento della tenda che sventolava. La notte era fresca, le spire di Euro s’avvolgevano come un vortice invisibile ma che si sentiva la presenza. La danza disarmonica della tenda creava un fruscio appena percettibile, sovrastato da un respiro sommesso e affannato di un corpo disteso su di un letto che si contorceva fra le lenzuola.

<No, aiuto, aiuto!> esclamò ad alta voce alzandosi di soppiatto completamente sudata e ansimante, e le ciocche dei capelli che si erano fermati sulla bocca aveva un ritmo andante al respiro della giovane. Si fissò in giro come voler riconoscere la stanza, coprì gli occhi con una mano prendendo padronanza di sé.

<Ancora quella violinista! E quella musica...> respirò profondamente e poi continuò <adesso, dormi Pearl. Domani è una giornata di studi molto intensa.>

San Diego, California, 1965.

Pearl Du Bonne, come ogni mattina salutava i suoi nonni recandosi all’università, dopo aver fatto attendere un po’ la sua migliore amica ed arrivare tardi alla lezione.

<Professor Caprio, in smoking questa mattina!> salutò Pearl entrando fra le risa delle sue compagne.

<Signorine Du Bonne e Masden...>

<Il fiore all’occhiello non manca mai.> incalzò Pearl.

Il Caprio trattenne un sorriso. Riprese:

<Se non vi piacciono le mie lezioni, potete cambiare corso e frequentare quella di politologia del professor Marcuse. Sono sempre così piene...>

Pearl:

<E assorbirci la sua Teoria critica? No, grazie. La scuola di Francoforte la lasciamo a Francoforte. Qui siamo in America, no?>

Aggiunse Victoria:

<Preferiamo le sue lezioni sull’estetismo. E’ bello il “bello”.>

Caprio finse magistralmente freddezza, ma in fondo in fondo ne rimase ampiamente lusingato. Si rivolse a Pearl, della quale provava una viva simpatia.

<La natura estetizzante dell’uomo nuota nell’oceano esteriore, che distingue cioè il bello dal meno bello. I miei quesiti, quest’oggi, come vi avevo promesso, riguarda alla dottrina estetica dell’interiore secondo ognuno di voi. Signorina Du Bonne, l’esteta che obiettivo deve raggiungere per essere bello? Meglio ancora, qual’é il concetto di “bello”? L’aspetto? Il buon vestire?>

Pearl, rispose tutto d’un fiato:

<Il suono di un violino, ad esempio. Il tocco di quella donna che sfiorava le corde come si sfiora la seta, e la musica che ne fuoriusciva riempiva l’aria di note come un bouquet di rose rose lanciate dalla sposa il giorno delle sue nozze. Bellissima, lei...>

Sembrava ipnotizzata, Pearl, quasi fosse in ascolto di una voce che parlava al posto suo. Caprio aveva l’espressione profondamente turbata.

<Violinista? Di quale violinista parli?>

Pearl s’illuminò in viso e cominciò a raccontare:

<La violinista di Pearl Harbor. Alta, slanciata come Psiche, una chioma folta e mora come il carbone, una bocca regolare che vista da lontano disegnava una perfetta forma di cuore, delle dita lunghe e affusolate, che muoveva sulla tastiera con la delicatezza di un volo di una libellula, un tailleur lungo e nero e dei ricami bianchi che partivano dalle maniche finendo sui bacini. Su un bordo della camicia, vi era una camelia bianca che spesso, dopo l’esecuzione, l’annusava rigirandola fra le mani mentre passeggiava. Ogni soldato non poteva non avvicinarvisi e percepire il profumo di rose che emanava la sua pelle fresca, la sua voce brillantina e musicale che, durante la sua risata, acquistava un virtuosismo lirico che coinvolgeva lo spettatore. Il suo incedere definiva una linea di passi perfettamente tirata da gratificarlo in una grazia, quella di un angelo che sbatte le ali prima di innalzarsi in volo. Fu quella sera che Hector, un sergente italiano cresciuto nel Nevada la vide per la prima volta.

<Mi chiamo Cordelia, sergente.> e da quel momento la sua anima le appartenne per sempre.

<Non capisco come una raffinatissima artista come te, non calchi i palcoscenici del mondo.>

Lei rispose lanciandogli uno sguardo che l’avvampò.

<La raffinatezza non coincide mai con l’abbigliamento o il decoro delle sue origini. Come la materia stessa non coincide con il fenomeno dello spirito.>

Prese la camelia e la fece annusare.

<Questo atto che parte dalla mia anima ricerca la bellezza di un profumo attraverso la presenza di una camelia, sia fisica, ovvero portarla ed essere partecipe dell’abbigliamento quindi della materia stessa, e mantenere il “bello”; sia spirituale nella perfezione esalata dal respiro e cosparsa dai sensi della camelia che noi impropriamente definiamo con il termine abulico di fragranza.>

Hector rise divertito.

<Ma non mi hai risposto, Cordelia.>

<Ogni riferimento alla bellezza si coniuga esattamente con i valori dell’arte: ogni cosa bella non è impura. Impuri sono gli occhi della materia che la fanno diventare tale.>

Hector la fissò intensamente.

<Sono impuro io, Cordelia?>

Ella le sorrise delicatamente:

<Hai visto in me la bellezza di una donna bella, l’esecuzione di un’artista bella. Prova a chiudere gli occhi, sergente, e ascoltami suonare la musica di prima con il tuo diritto alla scelta, ovvero l’intelletto. Poi, aprili di nuovo, qualsiasi cosa tu rivedrai, avrà un colore nuovo. Questi sono i principi basilari di una natura estetica.>

Ella si alzò mentre Hector chiuse gli occhi durante tutta l’esecuzione. Quando li riaprì, li parve di aver vissuto una traslazione fisica, perché non riconobbe la locanda, non riconobbe nessuno dei suoi commilitoni compreso il suo amico, il capitano Larry Wilcox. Dovette bendarsi gli occhi con il braccio, perché vedeva davanti uno sfarzo sconosciuto, una eleganza e una raffinatezza delle quali non era stato mai abituato. Cercò la violinista fra quei fulgori e non la trovò. Mezz’ora dopo uscì frastornato, prendendo la strada che doveva ricondurlo in caserma. Ma il suono di un violino lo riportò in sé. Sembrava un richiamo, una musica delicatamente melodiosa, bella in ogni nota, come non aveva mai ascoltato prima di allora. La seguì come un segugio giungendo ad una abitazione che s’affacciava sul mare da un’altura e che risplendeva di un azzurro cristallino, sul quale vi si specchiava la luna come voler misurare la sua bellezza.

<Cordelia, tutto di me si sta muovendo in iperboli meravigliosi che mi portano ad appartenere a te, in ogni mio poro, mia pelle nascosta, ogni capello che crescerà dipenderà da te...>

Cordelia gli sospirò nella sua bocca, come rimpinguare il fiato sprecato.

<Tutto è splendidamente bello, Hector. Adesso hai realizzato l’innocenza del tuo corpo, la tua grande bellezza sta nel deificarti nello spirito, in quella fusione eccelsa che fa dello spirito, la superna vocazione dell’arte.>

Gli stava parlando in un orecchio mentre lui, istintivamente chiudeva gli occhi e percepiva il suo respiro profumato.

<Ogni parte del tuo intelletto vede la poesia di un mio bacio, la pittura di una mia carezza, lo scolpire dei miei sguardi quando ti amano. Ogni cosa bella appare in tutta la sua arte amatoria, e tu non puoi far altro che raccogliere i dettami, come un seminatore che semina i frutti: prima o poi raccoglierai e ne gusterai la vera bellezza!>

Le loro bocche erano fonte di vita scambiandosi i respiri senza sosta. Egli si scosse come se fosse stato punto da un riccio.

<Tu vendi la tua bellezza, Cordelia? Questo stai tentando di dirmi? Con un corpo eccelso come il tuo, non posso crederci che suoni solo il  violino. Fai l’accompagnatrice? Sai parlare molto bene...>

Ancora, nello suo sguardo si catalizzarono completamente tutte le risorse delle nove muse, trasfondendo una grazia anche nella espressioni dei suoi occhi.

<Se sono una prostituta? Vuoi una risposta, Hector? Non ho mai venduto a nessuno la mia innocenza: quella beltà che nasce e muore con noi in una vita, è semplicemente uno strumento che partecipa, come la penna è uno strumento per lo scrittore, il pennello per il pittore, lo scalpello per lo scultore e la voce per il cantante. Chi artista può rendere perfetta l’arte senza lo strumento, sergente? L’esteta rende meravigliosamente bello ogni passo che compie, ogni goccia di semplice acqua passando dalla bocca al bicchiere, ne ha mutato ogni sapore, più profumato, più bello, solamente arte. Impura non è questa locanda, né tantomeno coloro che ci lavorano. Impuri son gli occhi che quando entrano la rendono tale.>

Prese la sua camelia e la infilò nell’occhiello della giacca. I baci ripresero la loro vitalità, mentre una canzone di Ella Fitgerald faceva da sottofondo, fino all’alba: era il 7 dicembre 1941, a Pearl Harbor, base militare degli Stati Uniti sull’Oceano Pacifico, ore 7 e 40 minuti circa.>

Tutti erano rimasti in silenzio mentre guardavano il professor Caprio, con uno smoking elegantissimo nero, un papillon e una camelia che rigirava fra le mani annusandola con gli occhi, che infilò, subito dopo, nell’occhiello della giacca. Pearl, scosse le spalle all’in su con voce appena percettibile per la troppa emozione provata.

<Non so perché, professore, ma ho sognato tutto questo con l’assurda convinzione di doverla raccontare proprio a lei.>

 

6 dicembre 1965, aeroporto internazionale di Honolulu, Hawaii.

Il professor Caprio era appena sceso dal velivolo raggiungendo un taxi con indicazione Pearl Harbor, poco distante. Aveva il respiro smorzato quando discese al porto, e nei minuti seguenti rivisse le due ore interminabili e drammatiche dell’attacco delle forze nipponiche. Sembrava che nulla fosse cambiato, che il tempo si fosse fermato a quel giorno. Passò laddove vi era la locanda, andata distrutta quando all’improvviso udì il suono di un violino. Si rianimò, tutto riprese vita, la stessa musica di Cordelia che l’attirava a lei, il suono nitido seppur lontano, di una dolcezza quasi le dita toccassero la seta, le note avevano raccolto tutta la bellezza espressa dalla sua compositrice, lo spirito estetico si stava materializzando un qualcosa che non si vedeva ma c’era, come il vento che ne odi il sibilo, ne percepisci la freschezza e la forza. Giunse all’abitazione, c’era ancora situata su quell’altura che s’affacciava su Ewa Beach. La porta era semiaperta, li alisei spiravano tenuemente sospingendo la musica intorno come una sciarpa. Scorse una donna seduta su di una sedia a rotelle, passati i quaranta, un tupé elegantemente e accuratamente raccolto da un bastoncino di osso, la bellissima bocca lucida, un tailleur nero e una camelia bianchissima esposta fra l’orecchio ed un ciuffo che le cadeva per una guancia.

<Cordelia...>

Il suo viso olivastro s’avvampò attraverso lo sguardo.

<Hector.>

Egli prese in mano la sua camelia e annusò chiudendo gli occhi. La musica continuava la sua esecuzione che veniva dall’altra stanza. Il suo sguardo interrogativo incontrò quello di ella: si voltò e ravvisò la giovane artista.

<Pearl Du Bonne, tu...>

Cordelia gli strinse la mano:

<Sopravvissi per miracolo all’attacco, anche se persi l’uso delle gambe. Ma quella notte d’amore, Hector, aveva concepito una bambina meravigliosa che dovevo proteggere e farla vivere lontana, soprattutto lontana da questo posto e lontana da me. Ma la mia anima che l’amava in tutta la sua innocenza, non ha fatto altro che fondere in lei tutta la bellezza intellettuale dell’arte. Questa ricerca, Hector, l’ha portata a te e l’ha portata a me.>

Hector le si inginocchiò baciandole la mani che teneva strette.

<Perché non mi hai fatto mai sapere nulla?>

<In queste condizioni?>

Pearl si avvicinò a loro con voce delicatissima e dolce:

<Se noi saremo insieme, tu camminerai mamma!>

venerdì, 26 giugno 2009

Il principe fanciullo di Peter Manero


In memoria di Michael Joseph Jackson

1958-2009

michele

Il principe fanciullo

 

 

 

Los Angeles, Hollywood Bowl, 1966.

La folla riempiva l’anfiteatro in scroscianti applausi durante l’esibizione di cinque personaggi che cantavano e danzavano in una eccezionale sinergia, disposti in ordine d’altezza, e come s’intravedeva, anche in ordine d’età. Aveva otto anni, il più piccolo, e sembrava il più applaudito, certamente per le sue grazie di fanciullo.

L’ovazione esplose, mentre i Morgan Brothers s’inchinavano per salutare il loro pubblico. Quando abbandonarono il palcoscenico, la loro espressione mutò nel momento in cui li raggiunse un uomo dall’espressione arcigna, impettito come un generale.

<Tory, alcuni passaggi erano imperfetti.> e con un furioso colpo di cinta gli allisciò il groppone.

<E tu sembravi una donnicciola quando cantavi, Marlon.> si rivolse verso all’altro figlio <Tu devi essere come Michael J., vero Big Nose?>

Loro non replicavano, tantomeno il piccolo. Questi era steso sul letto fissando la volta della sua camera, quasi stesse leggendo un libro aperto. La notte era scesa velocemente, le luci si erano spente, in quel di Gary, stato dell’Indiana, quando la porta della sua stanza s’aprì silenziosamente facendo entrare un ombra. Michael, non mutò posizione, continuando a fissare il soffitto. Sospirò profondamente chiudendo gli occhi per un istante.

 

Tutto è iniziato dal 1964, quando mio padre s’accorse che mio fratello Tory suonava la chitarra, mio fratello Jermaine il basso ed io, nel 1963, avevo cantato in una recita scolastica. Inizialmente suonavo le percussioni, poi nel ’66 diventai solista insieme a Jermaine. Mio padre vedeva in me un grande talento, che io, brutto anatroccolo, non vedevo, ma questo mi aiutava ad uscire dalla mia grande timidezza e le mie innumerevoli incertezze. Ma quando ero sul palcoscenico, una straripante energia fuoriusciva da me, quello che era in realtà la rispondenza dell’amore del mio pubblico, ovvero il loro grande amore mi giungeva come una fiumana che m’inebriava fino a dipingere i miei passi e la mia musica, lasciare la mia impronta e la mia gratitudine per la loro presenza.

Io, Peter Pan, il principe fanciullo che non voleva diventare mai adulto, solo per il fatto di non essere stato mai fanciullo. Sono cresciuto per essere adulto, ma in fondo volevo semplicemente essere stato piccolo durante il tempo che mi si offriva di esserlo.

Quando ho realizzato questo, era il 1982, avevo ventiquattro anni, e il mio produttore aveva messo in circolazione il meglio della mia arte di adulto mai cresciuto senza aver avuto il diritto di scelta. Ero Mickey J. Morgan, non più uno dei Morgan 5, il mio LP sostò nelle classifiche per non so più quante settimane e soprattutto nella rivista Billboard, terzo dopo Bing Crosby ed Elvis Presley.

Io! Dopo Bing Crosby ed Elvis! Mi sembra una favola! Con quest’ultimo mi sento molto vicino, a dieci anni suonava la chitarra dedicando la canzone Blue Moon of Kentucky a sua madre. Grandioso! Nonostante tutto, Elvis è stato bambino che aspirava a fare l’artista. Invece io lo ero già!

In seguito, tutto è mutato anche il mio impegno sociale per coloro meno fortunati di me, i bambini africani che, in modo diverso, erano costretti a crescere in fretta senza vivere il diritto alla scelta. Quanto è facile decidere per i propri figli!

Si, perché pensano nella loro infinita onniscienza di poter catalizzare gli eventi secondo i propri dettami, i grandissimi egoismi, le eterne incertezze e le smisurate debolezze.

E tutto questo, sommato ad una grande costante, la risultante è stato Michael J. Morgan, il re del pop. Che sarebbe cambiato, nella mia vita, se fossi stato come tutti i bambini degli Stati Uniti? sarebbe cambiato il mio talento? Purtroppo non lo potremmo verificare questo.

Il principe fanciullo, l’eterno Peter Pan, ha preferito donare il mio essere bambino dentro a chi l’innocenza la stava perdendo, e senza ritegno c’è chi c’ha favoleggiato su questo mio amare disinteressatamente i fanciulli.

Il 1993 si chiuse con un nulla di fatto, ma dieci anni dopo, ho dovuto combattere la mia battaglia più ardua che m’ha piegato nell’anima, nel corpo e nello spirito.

Nessuno se m’hai domandato del perché amassi circondarmi di fanciulli, perché c’ha pensato la profonda nequizia dell’umano che ci portiamo dalla nascita.

Né tantomeno, nessuno ha voluto ricondurre la cognizione di causa ai tempi della mia infanzia violata.

Ci hanno pensato alle 14 e 26 del 25 giugno 2009, quando il cuore del principe fanciullo s’è fermato, all’età di cinquantun anni, per le anelate requie.

Ma, ormai, come disse Cesare davanti al Rubicone, alea ajacta est.

Ogni parola, ogni immagine, atta a ravvivare la memoria è del tutto inutile!